|
31/03/2003 Postato
da anima
alle 19:10
VOLO DI FARFALLE Quando Martina suona il campanello, non so bene che sto facendo. Sono accoccolata sulla poltrona ed inseguo un pensiero. Lo faccio spesso, corro e sto ferma. Lo sguardo mi si perde in un punto qualsiasi, sensa senso e senza scopo. Il suono metallico rompe l'incantesimo, ancora un libro da riporre sul comodino. Quante storie ha scritto la mia mente ma le pagine sono bianche come i pensieri non espressi. Protagonisti e comprimari, comparse, registi ed arlecchini fuori stagione. Ho solo il tempo di strofinarmi gli occhi, Martina sta già invadendo l'aria col suono chiassoso della sua allegria. "Sai quanto tempo ci vuole ad una farfalla per imparare a volare?"- mi guarda impassibile come se mi avesse chiesto se mi piace la pasta al pomodoro. Mi picchietta sulla spalla:"Dai indovina, su"- spalanca il suo sorriso delle serate importanti. Il vero problema è che non so cosa risponderle, ripenso alla storiella del bruco, rivedo la maestra Miriam e la lavagna con i disegni, la polvere di gesso e il cancellino tirato sulla schiena durante la ricreazione. Mi sento un po' scema e guadagno tempo rinchiudendomi in bagno:" Un secondo e sono pronta". Vedo la sua sagoma dietro al vetro. Il suo tono sempre un po' sopra il normale , trapassa il muro e mi arriva ben distinto lo sproloquio di pettegolezzi vari, nuove tendenze d'abbigliamento e vecchie lamentele su quel lavoro che proprio non la soddisfa. Lo spazio mentale delle sue frasi è pari a zero, scivolano veloci le parole di Martina, troppo vivaci come la bambina che è sempre stata. Esco dal bagno, mi infilo il giubbino e scendo la scale. Mi sorpassa e si volta ad ogni gradino non smettendo di bofonchiare parole ad un tono più sommesso per non disturbare la signora del secondo piano che dorme quasi sempre, a suo dire. Ma a cosa stavo pensando poco fa? Mi pareva importante, eppure ho un vuoto di memoria. Intervallo la mia attenzione interna a quella esterna e collego, a fasi alterne, le parole di Martina: cibo, serata, pizza, biglietto. Quando infilo la chiave nella serratura della portiera mi arriva un distinto e quasi scocciato:"Allora dove andiamo?". Per timore di dover risentire , stavolta con attenzione di fondo, l'intera litania di questo lunedì sera faccio uscire un convinto:"Scegli tu", sorridendo forzatamente. Guido con un po' d'ansia nell'ora di punta, le auto sembrano tutte imbottigliarsi verso il centro proprio dove Martina ha deciso di immolare la nostra serata amichevole. L'aria condizionata non funziona, l'autoradio gracchia e comincio a perdere il filo degli intrecci amorosi dei nostri colleghi, argomento su cui la mia amica invece è ferratissima. Mi fermo a far benzina, Martina scende e prende dal distributore automatico un pacchetto di sigarette. "Le farfalle imparano a volare quando scoprono di avere le ali. Era un indovinello così semplice, no?"- sbuffa fumo e mi strizza l'occhio. "Giusto", risalgo in auto. Non so se è vero, ma la risposta mi piace.
commenti (4) 30/03/2003 Postato
da anima
alle 19:08
MEMO ''Il nostro piu' grande e grave errore è quello di detestare in una persona le qualità che non possiede, trascurando di coltivare invece quelle che possiede' Marguerite Yourcenar- Tratto da "Le memorie di Adriano"
Lo scrivo su un pezzo di carta, lo infilo nel portafoglio, tra il bancomat e il biglietto del cinema che ho conservato. A volte mi dimentico le cose importanti, i numeri di telefono, perdo le chiavi di casa e non mi ricordo di fare il bucato. Non voglio dimenticarmi però che "l'essenziale è invisibile agli occhi", questo mi insegnò un Piccolo principe. Forse diventerò una persona migliore, forse imparerò a crescere. Devo rileggere quel libro, ero arrivata a pensare che fosse una storia noiosa. Avevo sbagliato, accidenti.
commenti (2) 29/03/2003 Postato
da anima
alle 17:02
ORA LEGALE Cammino a passo svelto verso la fermata dell'autobus, maledico il momento in cui ho deciso di mettere i tacchi questa mattina. Tubino nero e camicia bianca, capelli raccolti e trucco leggero. Sono abbigliata in perfetto stile segretaria chic ma non troppo e fra mezz'ora ho un colloquio di lavoro. E' l'ennesimo tentativo di trovarmi un 'occupazione stabile, qualcosa per cui mia madre cucinerebbe per giorni interi come se fosse Natale con parenti e brindisi al seguito. Passo davanti alla forneria della Lucia, il profumo di pane invade il marciapiede e quasi d'istinto mi giro e la vedo col suo cappuccio bianco trasportare cestoni di pane appena sfornato. "Alice guarda qua, le girandole con l'uvetta che ti piacciono tanto" - si strofina le mani sul grambiule e alza il vassoio dove ci sono in bella mostra le brioches a cui non so dire di no. "Lucia, tienimene da parte un paio, passo più tardi"- a malincuore vado verso la fermata dell'autobus e penso che non è giusto rinunciare alle girandole per presentarsi, vestita di tutto punto, davanti ad un borioso selezionatore, annoiato che mi dedicherà non più di dieci minuti del suo preziosissimo tempo. Ci ripenso. Torno indietro di tre passi, le urlo:"Lucia, facciamo tre per sicurezza". Non sento nessuna voce, aspetto un po' ma nulla, silenzio. Guardo con occhio preoccupato l'orologio e comincio a correre , per fortuna ancora l'autobus non sta risalendo via Bellini. Ho l'andatura goffa di un anatroccolo inesperto, quando arrivo in piazza don Oreste sta dando da bere alle viole della sua finestra. "Alice, buongiorno cara, tutto bene?"-sorride calmo e placido. Io che ormai non sono più nè calma nè placida faccio uscire un:"Tutto bene" cercando di non perdere il passo, sperando di non cadere almeno per i prossimi venti metri. Arrivo con il fiato grosso alla pensilina , mi sistemo la camicia e aspetto. Seduto con il giornale aperto sulla pagina dello sport il signor Fiorini fuma la sua pipa. Dopo aver atteso per più di un quarto d'ora comincio ad avere il sospetto che il mio orologio mi abbia fatto un brutto scherzo. "Scusi mi sa dire che ore sono?"- chiedo titubante ed affranta. Il Rufini risponde:" Tra tre minuti passa il 22 per via Garibaldi, quindi sono le 9,17", in paese ormai si sa che ha memorizzato perfettamente l'intero tabulato dei mezzi pubblici che passano da Firmino ad ogni ora del giorno e della notte. Il mio orologio segna le 8,17. Quasi cavalcando la mia disperazione il Rufini agginge:"Signorina s'è ricordata che oggi scattava l'ora legale?" - sbuffa fumo bianco, lo interpreto come un segno di pace per la mia rabbia crescente. Torno verso casa, pronta ad abbuffarmi con le girandole all'uvetta della Lucia. Anche per stavolta mia madre non cucinerà come se fosse Natale.
commenti 28/03/2003 Postato
da anima
alle 21:00
UOVA FRESCHE "Alice è stata una bambina tranquilla, buona e giudiziosa"_ sento mia madre raccontare, mi arriva il suo tono delle grandi occasioni, quello che sfodera quando, tra un biscotto e un sorso di tea, mi elogia alle nuove amiche ed agli estranei non meglio identificati. "Le piaceva molto disegnare, creare qualcosa di nuovo"- continua. La mia infanzia: la cantilena delle sue filastrocche si confonde con la sua voce dalla cucina, ricordo poco e male e questo è un difetto che deve essere affiorato crescendo, purtroppo. Sgranocchio patatine fritte prese dalla dispensa, non hanno più il sapore di quelle della domenica mattina, quelle che non si dovevano mangiare perchè si andava a pranzo dai nonni. Mille lire di mani unte e dolci nascosti nella tasca, liquerizia e gomme americane. Poi di corsa al campetto,"Dai che si gioca a ruba bandiera ", trascinavo Bettina che non voleva mai partecipare perchè era troppo cicciotta per vincere. Così, imbronciata e scontenta, Bettina gridava i numeri:" Quattrrroo!!!", con quella erre un po' moscia che sembrava non finire mai. Il segreto stava nello scatto, spingere veloce sui piedi e strappare. Non occorreva troppa forza perchè il fazzoletto cadeva sempre prima del previsto. Disegnavo molto, su questo miamadre ha ragione. Non tanto per diletto ma per ostinazione essendo la più incapace della classe a dare un senso ai colori. Probabilmente mamma ha scambiato per estro la mia disperazione. Nei pomeriggi di sole inforcavo la bicicletta,una vecchia Graziella color antracite, e salivo fino ai Campiesi, quattro casupole disperse sulla collinetta dietro al paese. Sarà per il senso dell'avventura, per la strada sterrata che faceva sfrigolare le gomme, sarà per la voglia di scendere sempre più veloce dalla discesa ma sembrava sempre che le mei gambe non si volessero mai fermare allo stop di piazza Mazzini. "Alice sant'iddio attenta con quell'arnese"- la signora Bodini aveva sempre le mani nei capelli, il grembiulino a fiori e gli occhi spaventati nel vedermi e non era proprio quel che si dice un caloroso benvenuto. Mi veniva vicino, controllava che non mi fossi rotta qualcosa e mi diceva:"Vai alla fontana a prendermi l'acqua per i fiori"; poi allontanandosi aggiungeva:"Ricordati di entrare in casa che ho preparato il cestino con le uova fresche per tua madre" e io le andavo dietro con la voce. Mentre raccoglievo l'acqua nell'innaffiatoio, gelida come sempre, mi chiedevo a che ritmo facessero le uova le galline della signora Bodini, il paniere era sempre colmo. Portavo l'acqua,ne perdevo circa mezzo litro per strada barcollando sui sampietrini e bussavo alla finestra che dava sulla strada. Scandivo piano:" Ho fatto", segnavo con l'indice la porta. Mi piaceva la sua casa, sembrava un personaggio delle favole con quel sorriso buono stampato sul viso. Di lei amavo soprattutto la sua torta ai mirtilli, sempre appena sfornata, sempre pronta e non ho mai capito come facesse a sapere che avrei deciso di prendere la bici e farmi un giro ai Campiesi. Entravo,mi sedevo vicino alla sua poltrona e lei mi raccontava storie strane di erbe che facevano ringiovanre. Io pensavo che avrebbe fatto bene ad usarle ma mi guardavo bene dal confessarle qualcosa per timore di dover rinunciare ai suoi dolci. "Alice ma non vedi che si fa tardi?"- interrompeva di colpo il suo racconto e andava nel cortiletto dietro casa. Rientrava col cestino di vimini pieno di uova, ognuna incartata in un pezzo di giornale; prendeva un asciugamano, lo avvolgeva tutt'intorno e mi consegnava il fragile fardello con la litania delle raccomandazioni di rito:"Stai attenta, non correre e salutami tanto tua madre, promesso?". Facevo di sì con la testa, rassegnata all'inevitabile valanga di parole intervallate da un'invocazione al cielo e ai santi. Un giorno, avendo perso il conto delle uova, sia di quelle rotte che di quelle mangiate, prima di attraversare piazza Mazzini coi lampioni appena accesi chiesi alla signora Bodini:"Ma quante galline ci sono nel suo cortiletto?" E lei, senza batter ciglio:"Nemmeno una figliola, non ho tempo per queste cose, forza va a casa che si fa tardi".
commenti (2) 26/03/2003 Postato
da anima
alle 15:22
IL CAFFE' DI BERNARDO Sui tavolini del bar di Bernardo si poggia sempre il sole, ti siedi e stai bene. Sarà per quel suo caffè, macchiato freddo, con l'immancabile cioccolatino alla gianduia poggiato sul piattino. E così eccomi qui mentre aspetto Martina con il suo vassoio che pare incollato alla sua mano troppo piccola. "Ti porto altro?" mi chiede, sfilando il taccuino dalla tasca. Ha il suo solito sorriso, quello dell'ora di punta, quello repentino che non si appoggia mai negli occhi di nessuno, già proiettata verso uno schiocco, un richiamo di un altro tavolo. "Arrivo subito" guarda Nonno Guarini che reclama da almeno 10 minuti il giornale che puntualmente non leggerà visto che si vergogna ad indossare gli occhiali. "Nient'altro, grazie Martina" accenno di no con l'indice per attirare la sua attenzione. Ma è già lontano. Giro il cucchiaino, il profumo di caffè rigira nell'aria, forse è per questo che ci sono sempre tanti clienti. Io ne so fare solo uno banale, scialbo a volte, troppo carico altre. Sento il tramestio da dietro il bancone, Bernardo non si ferma mai. Ha anche lui quell'espressione di benvenuto che ti fa sentire a tuo agio, ma non è invadente. Passa da un "Buongiorno" gridato al postino che riparte veloce ad un altrettanto gridato "Chi vince?" rivolto alla combriccola del circolino, età media ottant'anni, che si è impantanata nel conteggio della primiera. Entro per pagare, poggio la moneta sul bancone, lascio sospeso un ciao per non disturbarlo. "Alice, dove scappi?" il suo viso pacioso mi sorride. Il grembiule bianco gli sottolinea il girovita abbondante, si muove comunque veloce, svuota bicchieri, riempie ciotole di stuzzichini e fa il caffè. Come solo lui sa fare. "Beh torno al lavoro" mi esce un'espressione non troppo serena probabilmente. Faccio due passi e torno indietro, gli picchietto sulla spalla. Si gira, come già sapesse di ritrovarmi:" Ti preparo uno spuntino pomeridiano?", aggiunge. "Bernardo quale è il segreto del tuo caffè?", spero di sembrargli convincente. Ride di gusto e si gratta la testa. Nonno Guarini entra trafelato:" La Gina si vuole ammazzare, presto, presto!". Usciamo tutti. Dalla finestra la Gina saluta stendendo i panni. Bernardo prende sottobraccio il vecchio Guarini, ancora stralunato tra le risate generali:" Vieni Rufino che ti preparo un caffè, quello fa bene anche alla vista".
commenti (4) 24/03/2003 Postato
da anima
alle 20:39
STREGA Vorrei saper interpretare le carte, essere un po' strega un po' affabulatrice. Mi racconterei che in un futuro non troppo remoto potrei svegliarmi in una mattina di sole, nell'aria profumo di caffè e brioches calde. Mi rigirerei nel letto, solo pochi minuti , intenta a recuperare mobilità nei muscoli ancora intorpiditi. Poi sfilerei le coperte, scivolerei piano verso la doccia. Sbirciando fuori dal cappuccio dell'accappatoio, vedere la tavola imbandita e sentirti dire:"Buongiorno". Far scorrere il tempo e sentirlo addosso, leggero senza polvere così come in un pomeriggio domenicale. Mi ripeto di non considerare spreco qualcosa che non ho realizzato, cerco tregua, desidero calma. "Va bene così", dimmelo col sorriso, dimmelo guardandomi negli occhi. Purtroppo riesco a intravedere le ombre e le trasparenze, vivo di pellicole e di impressioni distorte, sai che non mi basta ciò che mi offri, già sto guardando oltre , fra le righe, nei cunicoli e in quegli spazi dove non vorrei arrivare. Ho sempre avuto la capacità di nutrirmi degli sguardi, ascoltare il silenzio pieno di rumori e ora non ne posso fare a meno. Combino le tessere del domino, tra la calligrafia delle tue parole e il bianco dei tuoi sorrisi, la discrepanza è tanto più forte quanto ti sforzi di non farmi vedere le tue titubanze. Sei un bislacco stratega, non sai combattere ma sai pensare. La tua forza sta nel raffinare i toni, lambisci a fasi alterne il senso di colpa che da sempre mi caratterizza. E così risulti vincente, colui che offre la mano, colui che risolleva, colui che si ferma per farti attraversare la strada. Sorrido allo specchio, non ho tempo per fare colazione, fra pochi minuti passerà l'autobus. Non parlare, so già a cosa stai pensando.
commenti (2) 22/03/2003 Postato
da anima
alle 16:22
LE COSE DA FARE Bisogna dire di sì e farlo con convinzione, bisogna accettare delle regole. L'ho fatto spesso e non sempre con piacere. La maggior parte delle volte non condividevo il senso implicito di rigore e fermezza. Io che galleggio perennemente nel dubbio. Ho sfoderato fragili sorrisi, se così dev'essere, attendo che sia. Ho raggrannellato forza e coraggio per affrontare il poi più che l'adesso. Perchè il dolore si trascina, si impregna nel tempo; bisognerebbe stendere l'anima al sole. Quando difetto nel desiderio mi cullo il cuore con la realtà. Voglio convincermi che non perdo nulla, che non spreco ciò che non posso avere....lascio che i sogni non mi sfiorino. Decido di non sentire, riesco a rendermi il cuore impermeabile, eppure batte. E lo fa con più forza, mi chiedo come sia possibile. La disperata vitalità dell'esistenza arriva fino a tal punto? A discapito della mia ostinazione penso di sì e mi chiedo se sia una fortuna o meno. A volte l'insonnia è un ottimo alleato.
commenti (1) 20/03/2003 Postato
da anima
alle 20:40
STELLE DI PIOMBO Guardo la notte. La coperta del mondo è ricamata di stelle, le stesse che nelle notti estive si sciolgono nel mare. Li chiamano desideri. Affacciata al mondo sento arrivarmi negli occhi un vento freddo, li socchiudo ,li strofino; resto ferma. Le stelle a volte scoppiano come fuochi d'artificio confezionati male, scendono sul mondo come pioggia rovente. Sembrano stelle di piombo, troppo pesanti per rimanere nel blu. Stella, stellina , la notte s'avvicina, la fiamma traballa.... La candela delle mie preghiere fa poca luce nella stanza, occorre coraggio per fendere le tenebre. Il calore mi culla lo sguardo, lascio che mi scaldi ancora un po'. Alimentata dai miei desideri sussurro speranze fragili, come le parole che non trovo che imbastisco per fede più che per convinzione. Povere persone ed inutili volontà, binomio della mia impotenza. Rammenderei il cielo, lo farei con le luci di questa città, le luci di tutti quelli che questa notte non dormono. Bimbi insonni e genitori pazienti, studenti e lavoratori silenti, giornalai,autobus e passanti in attesa dell'alba. Strappo la pagina su cui avevo disegnato un arcobaleno e scritto parole di lingue diverse. Costruisco un aeroplanino multicolore, leggero, fragile, inchiostro sospeso tra l'aria e il tempo di un volo. Plana leggero sul letto sfatto. Mi accoccolo sul cuscino, cola cera dalla candela dei miei pensieri. Vola per la città, pilota del nulla con le tue ali di carta. Esprimi solo un desiderio in questa notte in cui cadono stelle di piombo e chiedi al mondo che s'avveri.
commenti 18/03/2003 Postato
da anima
alle 18:52
LA FINESTRA DELLA LUNA C'è sempre una parte fortunata di mondo, quella che a scuola ti facevano colorare di verde. Il rosso stava sempre più sotto, rosso come gli errori di grammatica, rosso come l'alt del semaforo, come un pugno allo stomaco quando diventi grande e non dai tutto per scontato. Piccole parti di terra erano gialle, i sopravviventi, quelli in rincorsa, in ricerca di striature se non proprio verdi almeno vicini a colori di campi baciati dal sole. Senza l'arsura, rigagnoli di blu, gocce di speranza. Se ti distrai un attimo la sabbia finisce nel pacchetto del villaggio vacanze e passeggiare lasciando orme leggere sul bagnasciuga diventa un lusso. Ho colorato la mia vita di verde, più per buon auspicio che per desiderio di denaro. Ha piovuto tanto in varie e diverse stagioni, ho coltivato poche rose in un giardino. Ancora ne sento il profumo. Hanno un nome preciso, spine che non pungono ma proteggono. Sulla mio balcone c'è una girandola per far giocare il vento, perchè si appoggi ancora alla mia finestra quando mi sveglio. Buongiorno al sole e alle nuvole, dicono che sia sempre lo stesso cielo che ora da te si riposa, e ti porterà il mio saluto con il ritardo di una notte di sogni. Ti risvegli nella mia sera, ti svegli con quello che di te ho portato addosso. Attorno il mondo è a colori. Appesa ad una fotografia ti saluto dalla finestra che vede spuntare la luna.
commenti (2) 16/03/2003 Postato
da anima
alle 17:52
PEDINE Se c'è una soglia di sopportazione mi chiedo quante volte l'ho superata. In realtà credo poche: non sono disposta a mischiare una scelta per quanto dolorosa con il senso rancido di un fardello malconfezionato. Ho limato il mio orgoglio, nelle rare volte in cui l'ho riconosciuto come tale. Dispongo pedine sulla piattaforma dei giorni che mi si srotolano di fronte, barricate da un lato dove ancora non ho imparato a filtrare il dolore, quello senza senso, quello improvviso, quello eterno. Imparerò mai? Il malessere invece è solo un fastidio e in quanto tale, lascia solo polvere. Se ne è accumulata un po', presto aprirò la finestra, in fondo è primavera. Gioco con le pedine e le sposto, si crea una strana figura. La guardo di lato, sembra una sfera piatta, un disegno semplice di un bimbo che gioca con le dimensioni. Giro, girotondo....trottola la mia mente finchè mi ricordo che avevi detto che sarebbe andato tutto bene. Il senso dell'abbandono totale che ancora colora il tuo nome lo ritrovo sulla linea di confine, quella dei campi aperti, quella del combattimento perenne. Non sparo più da tempo, convinta non tanto dell'efficacia della diplomazia della mia mente quanto del rifiuto di ogni singolo strappo che riuscivo a procurarmi. Le ricucitute stridono sempre un po', vuoi per la trama, vuoi per la mia poca praticità con le suture. Amo l'integrità, ma non l'impermeabilità. Galleggio nella contaminazione continua di richieste, supposizioni, ripicche salate e perdoni costosi. Il gratuito sta nel sentimentalismo puro, quello platonico, quello non dichiarato che mantiene quel profetico profumo di sogno irrealizzato. Mi chiedi una mossa e so di doverla fare. Guardo le vie, i sentieri, le dune, le foreste.Guardo il mio mondo, l'acqua e il deserto, la città e la campagna. So che c'è un modo per arrivare alla meta. Mi manca l'arguzia di uno stratega. Userò soltanto l'azzardo di un giocatore senza tempo. Ora tocca a te.
commenti 13/03/2003 Postato
da anima
alle 20:27
UNA CANDELA NEL VUOTO A volte spengo la luce ed accendo una candela. Amo la penombra. Mi concentro sull'anima tremolante, finché il candore caldo non mi costringe a distogliere lo sguardo. Arriva tepore flebile e precario, fiammella temporanea di un giorno trascorso. Congiungo le mani attorno al fuoco, il riflesso si concentra sul soffitto, la luce sembra filtrare dalle dita. Riparo e modello il gioco della combustione. Soffio piano per smorzare momentaneamente quell'unica prospettiva della stanza. La finestra è alle mie spalle ma il vetro è celato dal drappo nero dell'ombra più scura. Una sola candela non basta per darmi agio, per permettermi di spostarmi con facilità anche in questi metri quadrati che conosco da sempre. Perdo repentinamente il senso dello spazio e mi rendo conto solo ora di essere vincolata dal vuoto. Ne ho sempre avuto paura. Non sto parlando degli incubi, dei mostri da scacciare con una lampada accesa accanto al letto, mi sento dentro qualcosa che rimbomba, un ritornello macinato troppe volte. Sono immobile nel vuoto. Eccomi: bambola di cera, una cadela umana che si consuma con i respiri bloccati in gola per tutti i passi non fatti, raggelati dentro quell'apnea senza appoggi. Non é colpa mia, non ho potere su qualcosa che mi manca. Gocciolano sulla mia mano lacrime di candela e subito si raddensano.Cerco con il braccio teso di arrivare al muro, seguo il profilo di ciò che mi circonda, spingo il pulsante. La stanza si accende: mobili, sedia, tavolo, libri. Come prima. Voglio consumarmi di fatica, di corse e balli. Anche la ballerina di un carillon, a modo suo, danza.
commenti (2) 12/03/2003 Postato
da anima
alle 21:14
LA FORMA INQUIETA DI UNA NUVOLA Batuffolo di cotone sospeso nel cielo, boccone di zucchero filato incollato sul tetto del mondo o soltanto un cuscino per il sole. Mi chiedevo sempre a cosa servissero le nuvole quando ero bambina. Negli anni ho letto libri, mi hanno spiegato il come e il perché quei fumetti muti vaghino lassù. Eppure rimango spesso con lo sguardo verso l'alto, ancora inappagata ma più attenta a non ammetterlo. Cosa risponderei a chi mi chiedesse: "Che stai facendo?" osservandomi con uno sguardo a mezza via, tra il sorpreso e lo sconcertato. Vorrei replicare:" Gioco con la forma inquieta delle nuvole", senza paura, con un sorriso disarmante come la fantasia. Ecco che passa veloce una rondine, scia nera fra il bianco; é quasi un vezzo, un piccolo monile da appendere sul vento. Poi si comprime, un palloncino di sole e primavera, mi scherma lo sguardo dai raggi troppo forti. Poi ancora sembra correre, gazzella del cielo e poi veloce rallentare, per farsi guardare. O forse non si é mai mossa. Spesso si fa triste, si carica di pioggia e aspetta di sciogliere il suo fardello, a volte le lacrime dissetano il cuore. L'erba sa di fresco, di umidità e fiori freschi e io sotto, liberata dalla polvere di una terra arida. Benvenuta primavera, disegno nell'aria il profilo di una nuvola e assomiglia ad un fiore di campo.
commenti 12/03/2003 Postato
da anima
alle 16:36
RANDAGIO Mi sento forte.Mi appoggio alla sedia e la schiena mi fa un po' male,la concentrazione sembra essersi addensata sulle spalle, come quando cammino a passo svelto sotto un temporale scrosciante, già sapendo di essere zuppa fino al midollo. Lo stomaco reclama qualcosa di solido ma sembra non avere un desiderio preciso, lo accontento con un pacchetto di crackers attendendo che si rifaccia vivo più tardi. Mi alzo e mi allontano dallo schermo per vedere l'effetto d'insieme. Non è male, non è nemmeno qualcosa di speciale e parrebbe più uno schizzo che un capolavoro. La giostra dei punti di vista mi arrovella la mente, schivo prontamente i dubbi e le insicurezze. Mi merito tanto. E' il momento di riscuotere. Ho spremuto la mia volontà, sfiancato la mia pazienza, addomesticato il mio dispiacere fino a quando é diventato un raffreddore fastidioso ma passeggero. Non commetterò l'errore di aspettare una stretta di mano o un abbraccio di gratitudine; lusso di chi raggranella la cortesia. Passeggerò per la città, mi fermerò al parco e se incrocierò un randagio che vaga, fieramente solo, farò un pezzo di strada insieme a lui.
commenti 10/03/2003 Postato
da anima
alle 18:50
COME Sono serena e lo scrivo. Perchè me lo possa ricordare, in barba a tutti quegli sguardi che scivoleranno veloci da un'altra parte. Come quando mangi lo zucchero filato e ti rimangono le dita appiccicose ma è un disagio che si sopporta con soddisfazione. Come la cioccolata da mescolare piano per evitare si formi la pellicola in superficie, soffi perchè si raffreddi e intanto senti già il profumo. Come le patatine fritte quando le intingi nella maionese e non ci pensi poi troppo alla linea. Anzi per niente. Come quando hai veramente fame e ti va bene anche una mela, che buona così non l'avevi mai mangiata. Come il pane con l'olio, quello buono, che chissà perchè a casa tua non c'è mai. Come le fragole con la panna che son buone solo a pensarci. Come i biscotti fatti in casa, che ti siedi davanti al forno e controlli il timer. Come le barrette di cioccolato di mia nonna, nel frigorifero, che lo sapevo erano lì per me. E se le rimangio mi sembra ancora di scendere le scale e vederti davanti alla tv.
commenti (5) 09/03/2003 Postato
da anima
alle 13:50
GRAZIE Sai dirmi quello che voglio sentire,ti urlo: Grazie. Lo faccio con tutta la forza che ho, ma senza forzare la voce. Voglio che ti arrivi con entusiasmo, con fervore ma senza impeto, voglio che ti scivoli piano sotto pelle per sentirti coccolato quando non ci sarò. Scrivo il tuo nome a matita, quasi per appuntarlo sul libro che sto studiando. Il pomeriggio è lento, stantio nel suo doversi riempire di formule ed esercizi inutili. La scadenza dell'esame non è poi così lontana e mi muovo con ansia crescente tra fogli, riassunti, punti di domanda lasciati sulle frasi che ancora non comprendo. Fra poco uscirò per andare al lavoro, la sera sarà fredda, già l'aria sa di gelo. Evidenzio con il giallo quella parola che non mi entra in testa e sgranocchio muesli, non è poi così buono ma non ho fame. Lo strano nostro appartenerci è ancora qualcosa che accetto come un regalo troppo prezioso. Sei un incastro fortunato e quando penso a questo gioco spesso stingo il tuo nome con quello che sei diventato. Non è più così importante saperti in ogni istante accanto, non sei una mia proprietà: so di non avere alcun potere su di te. Ho la solita espressione di bimba entusiasta davanti alla propria torta di compleanno che tu conosci bene, ancora mi sfioreresti il naso ridendo per la mia ingenuità fuori misura. ne soffrivo un tempo, quando mi sembrava di non essere donna, acerba nei pensieri. Non sono riuscita a cambiare questa inadeguatezza, l'infantilismo a volte mi travolge. In fondo non sei poi tanto diverso da me,sai camuffare meglio i tuoi occhi di bambino. Giochi con un lavoro troppo importante, ti muovi sicuro fra strette di mano e pranzi al ristorante. Ti vesti elegante, la cravatta non ti piace ma ti sta bene. A volte mi sento in rincorsa,mi manca sempre il fiato, sopraffatta da una salita troppo impegnativa. Mi dici che non è vero, fingo di crederti. Sei l'illusione a cui non voglio rinunciare e mi aggrappo a nostro incrocio di destini con disperata necessità. Stringo forte il senso di te che scalda questa stanza, ti aspetto più tardi. Ti abbraccerò ma lo farò piano,ti tengo per mano ma sai che puoi partire anche improvvisamente e non ti chiederò perché.
commenti 06/03/2003 Postato
da anima
alle 14:43
ORME COLORATE Potrei risparmiarmi la fatica ma non lo faccio. Cerco di capire quanto sono stupida, misurando le parole ed i sorrisi straniti di chi mi guarda. In fondo è solo fortuna, il limite con l'idiozia sdruce sempre un po' e smetto di pensare alla mia presunta sanità mentale. Mi trucco anche se non ne sono capace, imbastisco colori sulla pelle, sto attenta a non esagerare per non fare avere di una maschera malriuscita. Ferma non ci so stare e lo so che stai ridendo. Sei rimasto fermo a pensare alla corsa come a una questione di muscoli e velocità, a poco è servito spiegarti che non tutto è come appare. Scommetterei sul tuo senso pratico, io che non ne ho per nulla potrei affidarmi alle tue mani per sapere come si fa a vivere. Spesso mi attacco ad un pensiero, lo seziono, lo rivolto, finisco per affezionarmici quasi. Corro cavolo, vuoi darmi retta almeno stavolta? Non trattenermi per mano con la scusa di accompagnarmi, si legge nei tuoi occhi che non mi credi. Appoggio la schiena al letto e chiudo gli occhi: mi passano dentro le onde di quel mare visto anni fa, di fronte la strada, deserta a quell'ora di mattina; dietro il suono fragoroso delle onde. Il viso voltato, a salutare l'estate o meglio un blu che sapevo di non rivedere troppo presto. La valigia è poco distante. Arriva l'autobus,non è in ritardo e fra cinque ore sarò ancora fra cemento e parenti. Voglio camminare sulla sabbia umida. Mi rialzo e mi metto a disegnare orme color arcobaleno da appendere in camera.
commenti (2) 04/03/2003 Postato
da anima
alle 13:43
LA COPERTINA ROSSA Faccio la lista della spesa dopo che uno sguardo al frigorifero deserto mi ha convinta che ho bisogno di cibo. Pane, pasta, latte e biscotti, binomio imprescindibile. Poi forse qualche mela, arance perché la spremuta fa bene. Mi impegno, apro e scruto la dispensa, allineo barattoli, controllo le date di scadenza. L'attenzione scema pian piano o forse mi distraggo quanto basta per sapere che non tornerò a casa con buste colme di nutrimento più o meno salubre. Accendo lo stereo, note di arpa irlandese, suoni di una maestria lontana o di un' arguta operazione commerciale ben travestita, tintinnano tra la lampada giapponese e gli incensi consumati. Per compensare il minimalismo d'intorno mastico un chewingum e tento di finire quel libro che mi aveva tanto attirato dalla vetrina della libreria del centro. Perchè non riesco a concludere nulla? E' colpa del periodo, del lavoro, quello c'entra sempre. Sulla copertina rossa spicca il titolo bianco scritto a caratteri fini, l'immagine di per sè non è gran cosa, avrei potuto notarlo prima. Invece eccomi qui con una falsa sorpresa tra le mani, un'altra storia che ha perso la sua magia. Non è giusto, gli scrittori, i clown, i pasticceri e i dottori dovrebbero essere persone diverse, speciali o per meglio dire a garanzia illimitata. Bisognerebbe potersi fidare ciecamente, sapere che non si verrà mai delusi da un bigné alla crema, che quel farmaco ci farà sicuramente passare il mal di testa, che il biglietto per il circo di passaggio non è solo lo spolverio di un vecchio baraccone stantio e che quel libro dalla copertina luccicante sarà la tua favola di bimba fuori stagione. Alla fine l'incantesimo vero è nell'acquisto, nel tornare a casa in fretta, buttare il cappotto sul letto dimenticandosi di passare in tintoria a ritirare quel vestito che avrei dovuto indossare per uscire a cena. Che cretina. Squilla il telefono. "Ciao", butto lì con noncuranza, ho riconosciuto il numero. "Non credo che ci sarò, lo sai che non amo l'opera", te lo ripeto per l'ennesima volta ma camuffo il tono rassegnato che sento crescere dentro. "Se proprio vuoi, tra circa mezz'ora sono lì", avrai capito che ti sto facendo una concessione? Mentre ci penso sono già in camera decisa a non mettere altro che un paio di jeans ed una maglietta. Mi sembra strano essere precariamente dalla parte della ragione e posso permettermi di non soppesare le parole, giocando a capire ogni volta come reagirai alle mie punzecchiature nemmeno troppo volute. Non ho capito dove ci dovremmo incontrare, non sono sicura che me l'hai detto. Così ti richiamo. Che cretina. Infilo nella borsa il libro con la copertina rossa, magari lo leggo sul tram. Magari ti dico che è una lettura che va di moda, te lo regalo, in fondo a me non piaceva. Cosa dovevi dirmi di importante? Cavolo, la tua voce scivola via sempre troppo in fretta.
commenti
|

|