Bolle di sapone

Ho appartenenze estranee.
Ditemi di chi Sono.

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Qui scrive.
anima.
In minuscolo.
Senza Nome.



24/11/2004

Postato da
anima alle 20:31

GIRO DI GIOSTRA
Stridono i sogni su rotaie imperfette, arrugginite sui giunti, sui passaggi di lungo corso.
E loro malgrado restano, incollati al ferro caldo sotto il sole d'agosto, mentre sopra la vita stantuffa a ritmo preciso, di battere e levare, di respiri ed apnee.
Mi curo poco di quel che diranno, passeggeri seduti comodamente sulle mie disgrazie, a leggere sul quotidiano, degli scampoli di storia. A connettere i giorni come perle di collana, a cercare i più rari come figurina da incollare. E vantarsi d'essere riusciti a completare il quaderno, dei pezzi di vita che parevano dimenticati. O solo taciuti ma la differenza non è poi importante.
Perchè la ribalta non si nega a nessuno, nemmeno alla stupida intimità di una gioia qualsiasi.
Vestita a festa fa il suo giro di giostra.
Ora non ridere se ti dico che mi dimetto, dal ruolo di docente di un mondo ripetente. Perchè ero supplente in cattedra, precaria come tante.
E me ne torno vagando un poco come assente giustificata.
Il mondo ne è pieno: d'uomini  che girano in tondo, burattini d'agende ed orologi, di mancanze e di amnesie, di saggezza e di stupida volgarità. E corrono, si voltano, scappano, camminano, inciampano, risalgono, si siedono e dormono in ordine sparso. Impalpabili sottigliezze per cui l'occhio s'inganna.
Rimango in piedi, ad annusare le ombre.
Che solide si stagliano sul muro e rimangono, umide, sui sogni appesi come panni a stendere.
Giocando a vivere, senza troppe pretese, apprendisti di buona volontà.














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18/11/2004

Postato da
anima alle 18:57

MONOLOCALE
Quello che lascio non mi appartiene, nè per mestiere nè per fortuna.
Mi passano dentro pezzi di vetro che tagliano di striscio lembi di pelle, tessuti molli,  pensieri spenti, parole mozze, carni secche, voci sorde, ricordi freschi, indirizzi persi, linee lunghe, sale d'attesa, biglietti della spesa, carte di credito, avvisi di debito, lettere perse, cicatrici infette, sorrisi lievi, risate grevi, assenze subite, minuti, ore, tempi sconnessi.
Il tutto senza un ordine preciso. In fila per educata concessione all'umano buon gusto. L'una a  ridosso, l'altra a spintonare per fretta, disgusto, fastidio, calore, torpore.L'una a reclamare d'essere lì da troppo tempo, l'altra a sputare che il passato è buono da buttare.
La prima ha dire d'esser nel giusto, la seconda a ribadire che i giusti son menestrelli coi ninnoli d'oro. E gli altri a seguire in un ingorgo di accuse e smentite, di allusioni trasparenti dall'alito cattivo. Di candido resta il pavimento, sotto di loro.
Per quel che può contare sto ad ascoltare, in coscienzioso silenzio. Ingrossano i toni solo sul finale, come tenori  dal petto gonfio.
Ma se ne stanno in fila. A pagare ognuno il proprio conto, una rata d'affitto.
Nella mia vita seduta in un monolocale.
Pratico e ristretto.
Buono per farci passare almeno due volte il sole.
















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12/11/2004

Postato da
anima alle 16:53

PENSIERI ESTRANEI
Hai quel tipo di voce che scivola sulle cose, negli occhi e si assorbe sui muri. Come se fossi fatto per cibare il mondo.
E noncurante, te ne stai zitto. Per dovizia, per ritrosia.
Ora, se dovessi amarti sarebbe complicato. Già lo so far poco e me ne curo ancor meno. D'altro canto poi tu non lasci spazio all'improvvisazione con quei tuoi vestiti sempre così studiati, sempre accostati con quel piglio fortuito che si fa beffa d'ogni tempo.Lasci parole a caso, come ordini sospesi, senza che le consonanti ti graffino la gola, addolcendo i finali, facendoli pieni come carta da imballo. Che scoppia, ma dolcemente.
Come se dovessi custodire qualcosa, come se fragile lo fossi davvero.
Vestito di scuro, elegante e pratico. Hai gli occhi veloci, che sfuggono i lineamenti dei visi altrui. Se fissi lo fai solo per disprezzo. 
Poi ti stranisci, alle volte per caso. Come se non fosse voluto, una spiacevole disavventura. E magari vivi, frammenti di mondo che conosco, file di oggetti che ho comprato, giornali vecchi e stanze aperte.
Da lontano, da altri chilomentri, con anni diversi. Alle volte basta un solo dettaglio. Per sentirsi affini.
Solo un nome a fondo pagina.
Sull'ultima vocale già sono persa.
Senza la medaglia di un ricordo.
Fra la folla di pensieri estranei.














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02/11/2004

Postato da
anima alle 20:23

IN DOLCE ATTESA
Contorni distorti, scivolano intermittenti.
Strappi di colore che già sono sprazzi di verde, poi rami come fruste negli occhi e di nuovo lo scendere vorticoso di comignoli e portoni.Sotto un nastro perenne di pece scura, come strada molle.
Viaggio. Su una poltrona rossa, profilata di nero. Calda.
Coi braccioli all'altezza giusta, fuori comando.
Solo in dolce attesa.
E gli occhi appiccicati al vetro cercano di fermare la scia lunga. Di rallentare l'andirivieni dei sensi, di aggrapparsi ai piedi che calmi se ne stanno lì a toccarsi le punte.
Incuranti di quel che accade.
Basterebbe dormire, se non fosse peccato. Non stare a guardare tutta quella polvere di mondo.
Chiedersi poi se una fermata improvvisa toglierebbe il fiato, se assorbirei il colpo dondolando in avanti o cozzerei come un sasso.
Se sono a foggia d'albero, con radici salde e fronde flebili. Se sono scoglio salato che attutisce la risacca.
Fedelmente scorrono, striate di verde e rosso macchine di paese, palazzi scuri di periferia ed un cielo ubriaco di sole.
Stria le nuvole grigie d'un viola appena accennato. Il buio intorno segna il tempo.
Così tanto da non farmi più vedere oltre. Non più forme, non altri colori.
Solo il profilo del mio viso che si specchia al neon dentro al finestrino.
Ho gli occhi pieni di storie vissute per poco e raccontate per difetto.
Mi ritrovo sempre parole in tasca.
Come spiccioli di resto buoni per fare elemosina fra le strade del centro.
O per imbastire sogni di carta. Origami votivi.

























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01/11/2004

Postato da
anima alle 16:28

IL CERCHIO
Ho il sospetto di sentirti qui. Intorno.
Non tanto nella testa, ma nelle mani. Sudate.
Nei polpastrelli freddi come dieci piccoli sassi disposi in circolo. Io vago attorno, a ciclo continuo.
A seguire il senso della curva che mangia se stessa, che inghiotte la polpa, che segna la via.
Cappio e corda, il nodo è lento. Come se il tempo si misurasse con la forza di uno strappo.
In attesa di giudizio, la giuria ha buoni propositi ed io troppi peccati. Veniali, per carità.
Fra i mortali, già godo di poco credito. Ho qualche conto aperto ma nessun interesse a riscuotere.
Che avere le tasche piene è come perdere il senno, inebetiti a contare pochi pezzi da mille.
Sempre, a rovescio. E poi ricominciare. Fino a cento.
Come un tondo: di nuovo rode dentro, che la polpa è già finita. Resta la buccia, per gli uccelli.
Ho dei semi da buttare, casomai.
Vorrei anche poterli piantare.
Ma a primavera darebbero frutti. E non sarebbe giusto mangiare.
Ora che il tempo ha stretto la fune e dondoli da qualche parte.
Perchè chi ti ha fatto dormire, sappilo, è stato un giudice ingiusto.
Rimango a macinar passi sulla linea  che gira, come una giostra cigolante.
Scomodamente sola, su panchine di ferro sbeccate di giallo.




















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