Bolle di sapone

Ho appartenenze estranee.
Ditemi di chi Sono.

Parla. Con me.
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Qui scrive.
anima.
In minuscolo.
Senza Nome.



29/12/2004

Postato da
anima alle 17:52

TEMPI COMICI
Bisognerebbe ricordarsi di essere mobili.
Come sabbie senza fango fra le strade di città.
Scivolare lungo gli angoli scolpiti dalla gente che non ha che due soldi nel piattino ed un cartello scritto male.
E riempire i tempi comici degli stupidi che non hanno più cervello di un balordo senza età . Ma la voce troppo alta che di solito fa male. Con il silenzio quello sordo che fischia come il vento che vien giù, fra i vicoli del centro, con le case costruite trent'anni fa. E le finestre sempre chiuse come fessure sui rumori di pietà. Non chiedetemi di più.
Che parlare a frasi strette, morsicate di bontà.  O ripetere preghiere.
Ho già stretto patti strani con qualcuno morto male, ha lasciato più speranze che promesse. Di altro non so dire.
E che in fondo venga il bene stento a crederlo, però.
Non ho altro da lasciare che un giro di caffè. Passa un cane si gira un poco, annoiato, va via.
Ho capito che l'attesa ha la forma dell'età.
Ritagliata sopra i titoli dei giornali , come lettere di  riscatto al futuro.
Bisognerebbe tralasciare i venti deboli che sembrano carezze.
Ed affrescare a grandi mani le pareti di una sterile realtà.
Per finire a credere che esista un dovuto rispetto per il resto.
Come se splendessero soltanto stelle fisse.















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25/12/2004

Postato da
anima alle 19:46

POESIA
Costruirei castelli di molliche di pane. Con torri alte, con piccole finestre.
Avrei la pazienza malata di una donna di cinquant'anni che non cerca e non trova.
E sotto ci stenderei un fossato profondo, d'acqua gelida. Inospitale.
Costruirei un castello deserto, senza portone, senza ponte levatoio.
Lo vorrei così ,abbandonato, al volere del tempo, al suono del vento.
E che sembrasse stanco, quasi consumato. Come una rocca che ha combattuto a lungo. Come un vecchio che ha parlato troppo.
Che fosse inadatto, stonato, poco convinto. 
O solo un luogo dove nessuno pensi di andare.
E che mi vedesse per primo arrivare da lontano.
Io che non ho mai chiesto di andare ma di saper rimanere.
Portando in mano una candela, la accenderei di luce bianca.
Umile nella notte, pronta a farsi ferire. Ma anche a resistere.
E  reciterei a memoria i sogni che porto in dote.
Come granelli di rosario d'avorio, come gocce di cera calda.
Li vedrei scomparire piano, per cibare la terra.
Per far germogliare le preghiere del mondo.
E così sia.
 

















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18/12/2004

Postato da
anima alle 20:58

A ROVESCIO
Ci vorrebbe un'altra vita. Per uscirne vivi. O solo interi.
Ci vorrebbe un po' di rum, per capirci qualcosa.
Il sangue ubriaco non fa male.
Quando mi han detto che si trattava di te non ho fatto un fiato. Pensieri asciutti.
Ho pensato anche di non conoscerti, di aver sbagliato porta. Di chiedere permesso ed uscire.
Invece son rimasto. Scomposto, stonato sulla seggiola.Rigido.
Perchè, perchè, Dio mio perchè.
Un rosario di suppliche in fila, mute.
Il dolore che esplode non fa rumore, si incolla come miele sui polmoni. Si assorbe a ragion veduta.
E ti ho amato, per quanto poco saresti rimasta. In prestito, al mondo.
Ho imparato a vivere senz'aria. Rimango in apnea per ore.
Anche adesso che ti vedo, germe di fiori d'inverno.
Sbocci a dicembre e muori ad aprile.
Parli disegnando, canti battendo le scarpe. Note di traballante armonia.
E giri il mondo, guardando l'orologio, aggrappata al tempo difforme del tuo volere che ha le tue mani d'acciaio.Porti borse piene di mondo, di libri, di voci.
E quando danzi sembri la ballerina di un carillon.
Sul pavimento a quadri di camera tua, bianco.
Splende la vita che ti batte sotto pelle.
Hai cicatrici di sbagli, di uomini in bianco.
Negli occhi grandi, non c'è ombra di rimpianto o di rimprovero.
E così sia.
Ci vorrebbe un altra vita. Per saper correre.
E quando lo scrivi ti sussulta l'anima.




























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12/12/2004

Postato da
anima alle 20:16

LA STORIA
Credo che possa bastare. Ho cercato tanto che gli occhi mi fanno male.
Paralisi statica di un grammo di mondo. Così piccolo da essere scambiato per polvere.
Impresso come spettatore distratto di un musical di prim'ordine. 
Muto e sordo. Solo presenza.
Ad occupare il posto che gli è dovuto, nella fierezza della sua totale inutilità.
Non odora più di dolore, levigato dal tempo, protetto da mille domande come fortini sui dubbi. Ha ancora quel sorriso incolpevole, indelebile.
Seme di un piccolo uomo, di piante che fioriranno a primavera, di vita bendata.
Striscie bianche di garze, di tempo. A proteggere arti deboli, anime forti.
Rallenta la luna , ad aspettare il giorno. Così come il futuro.
Fermato su una sedia di paglia , troppo alta da arrampicare.
Il resto rimane, carponi, sul pavimento. Un mondo di mattonelle fredde. 
E gli occhi grossi che chiedono cielo, spalancati sul soffitto. In cerca di qualcosa che sia una diagnosi sbagliata.
Vita a rendere. Ho giorni da riscuotere.
E sono pronta  a spegnere le luci nel giorno di Natale.
A cantare la notte bianca.
A sudare l'inverno.
Camminando a rovescio, indietro fino nel fondo di un piccolo angolo nero.
Che mi pulsa in testa. Chicco di disgraziata fatalità all'aroma di fiele.
Ho imparato a vivere nelle ombre. Perchè il nero è l'inizio.
Di un cervello bucato, di una latta forata.
E continuo a raccogliere pioggia che scivola in un rivolo sempre più fine.
Finchè sarò convinta di avere scampo, rimarrò ostinatamente disperata.
E non aver pena di curarmi.
Credimi: sto bene.


























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